[AU Code Geass] La Luna all'ombra del Sole.
Posted on 2009.07.11 at 23:20
Serie: Una AU (mooolto AU) dell'anime Code Geass, ispirata alle giocate nella sezione Arrr del Forum Horitsuba.
Rating: PG.
Tabella: Scritta per Cancro di Le Dodici Case, e visto che è stata ispirata all'Horitsuba è anche il prompt 090. Casa, dell'Horitsuba BDT.
Pairing: Suzaku e Lelouch, ovvio!
Disclaimers: I personaggi non mi appartengono, ahimè! Li hanno generati mamme CLAMP, e li hanno gestiti quelli della Sunrise (
dhely Sunrise COSA ti ricorda?? *___*).
Note: Molte cose non sono spiegate, anzi sono volutamente lasciate nel vago, soprattutto la locazione esatta e la parte riguardante Suzaku. Sulla prima, c'è da dire che siamo a inizio 1700, in America del Nord, ma non ho le conoscenze storiche sufficienti per localizzare esattamente (mi ci vorrebbe tanto troppo tempo, il che significa che potrebbero essere presenti vari altri strafalcioni storici - ovvero: se li notate ditemelo che magari sistemo, ma siamo qui per divertirci); sulla seconda, in breve, Suzaku ha una madre indiana, sposata ad un ricco proprietario inglese, quindi deve sottoporsi ai riti di iniziazione della gente della madre (anche se non lo dicono ai quattro venti in società, ovvio). Sul tipo esatto di relazione tra loro due, molto è alluso qui, altro verrà in altre fanfic che sicuramente scriverò (l'ossessione Code Geass non passerà facilmente, e l'anime è così angst tra loro due che non riuscirei a scriverne di ambientate lì dentro).
Essendo una AU ho mantenuto i nomi originali, anche se col contesto, specialmente "Suzaku", non ha nulla a che fare!
Bene, se avete altre curiosità chiedete, se posso vi rispondo!
Thanks to:
taurie_2020 , la mitica beta che sa sempre come tirarmi fuori dagli impasse!!! Ed
ewyn per la pazienza con cui mi ha dato alcuni piccoli riferimenti storico-sociali per l'ambientazione. ^_^
---<---<@
- Anche se dovessi andare contro il cielo, o risalire la corrente del fiume… Non rinuncerò al mio sogno…
Era notte fonda, l’aria era piena dei rumori del vento e delle foglie. Nella stanzetta di una grande casa palladiana, un bambino dalla pelle chiara e i capelli scuri, tagliati poco sotto le orecchie, dormiva, il capo di sbieco sul secondo cuscino che aveva adagiato dietro le spalle, le mani poggiate su un libro aperto, sul ventre. Era inglese, con un nome francese: Lelouch.
Il suo respiro era lento e regolare. Aveva faticato ad addormentarsi, le lenzuola erano scomposte. Varie volte si era affacciato alla finestra, che aveva lasciato spalancata, scrutando il viale tra gli alberi, sperando di vedere qualcuno arrivare. Nelle ombre, nulla. Preoccupato e spazientito, si era staccato dal davanzale camminando su e giù per la stanza, passando sui morbidi tappeti, prima di rimettersi a letto e abbracciare un cuscino. Il tempo non passava mai.
Se fosse uscito dalla camera avrebbe finito per far scricchiolare qualche trave del pavimento. Così aveva preso dalla scrivania un libro, che consultava da giorni, di cui sapeva a memoria quasi le frasi, ma che aveva bisogno di sentire tra le mani, rileggere: come se la memoria fosse troppo fragile, come se in un istante potesse cambiare tutto.
Quella notte era diversa da tutte le altre, eppure era così simile a quelle di tanti anni prima, cosicché gli pareva che non fosse successo niente, tra l’Inghilterra e lì, quando invece in mezzo c’erano anni in cui le ferite erano guarite. Ora, tornavano a fare male come se non ci fosse una cicatrice, ma il sangue. Il suo, stavolta. Non quello di sua madre che moriva davanti ai suoi occhi.
Si era addormentato, stremato da tutti quei pensieri. Chiudendo le palpebre gli si erano bagnati gli angoli degli occhi: credeva in Suzaku, in quell’amico che era anche fratello e la cosa più preziosa al mondo per lui, sapeva che ce l’avrebbe fatta e sarebbe tornato presto a casa. Capiva perché per lui era importante sottoporsi ai riti della gente di sua madre, di quei nativi del Nuovo Mondo così selvaggi. Però non aveva mai pensato di poter perdere Suzaku, e questo lo atterriva.
Loro due sarebbero cresciuti insieme, andati in Inghilterra, dove avrebbero raffinato la loro istruzione a Eton; sarebbero tornati nel Nuovo Mondo, che era la loro casa, e avrebbero costruito il loro mondo. Niente doveva impedire questo, era il loro destino. Anche se le stelle della loro data di nascita dicevano che le loro vie non potevano unirsi: sagittario e cancro.
Lo erano già, uniti.
Ecco perché consultava di nuovo e ancora per libro, che doveva essere sbagliato. Che ne sapevano le stelle, di loro due? E poi perché deve esserci un destino? Se c’era, aveva ucciso sua madre per mettere alla prova lui, cacciato dalla casa di suo padre e dall’Inghilterra stessa. Ma questo potevano farlo anche gli uomini.
Le cose potevano cambiare perché loro lo volevano.
Sul letto troppo grande per un dodicenne, c’era un piccolo pacchetto, un regalo. Aveva dato via l’unica cosa che possedeva in proprio, il sottile braccialetto d’oro (inizialmente di una sorellina morta precocemente, poi regalato a lui dalla madre), per poterlo acquistare: un ciondolo con una falce di luna d’argento che abbracciava parte del disco d’oro del sole. Lo aveva visto in una vetrina, e si era deciso a regalarlo a Suzaku, quando avrebbe affrontato la prova d’estate.
Era una notte di luna piena, sembrava un’alba d’argento. Solo il sole nascente l’avrebbe eclissata, dapprima rendendola chiara, come purificata dal chiarore del giorno, poi portandola via, geloso.
Era una notte di luna piena, e le foglie erano rese azzurre dalla luce irreale.
Correva a piedi nudi sull’erba. Il giardino della villa era ben tenuto, non c’erano sassi: solo terra morbida. Si sentiva le ali dietro la schiena. Era come un picchio, come il segno delle sue stelle. Sorrise, stremato dalla stanchezza, però l’eccitazione era ancora troppo forte, e la lunga corsa per tornare a casa forse troppo lunga, troppo forsennata.
Arrivato, davanti a lui si stagliavano, immersi in un’ombra umida, i portici, le finestre spente, il profumo dei fiori sul davanzale, con i loro colonnati ionici di ordine gigante, i pronai conclusi dal timpano triangolare o le quiete verande, la cui pace è appena disturbata dallo scricchiolio delle sedie a dondolo, mosse dal vento leggero. Era ancora bagnato, addosso: si era tuffato nel fiume per togliersi di dosso lo sporco e la terra, e adesso sentiva ogni odore.
Approfittò di un panno davanti l’ingresso, pulendosi i piedi. Di lì si arrampicò su una colonna, si aggrappò al capitello, arrivò al piano di sopra tenendo l’aria chiusa nei polmoni, attento a non scivolare. Si era infilato rapidamente i pantaloni e una camicia, che aveva tenuto pronti per il ritorno, ma non aveva scarpe. Quando mise i piedi sul balcone, sospirò, sentendo un po’ di stanchezza. Passò la finestra della propria stanza, diretto verso quella di Lelouch.
Era aperta. Le tende anche. Lelouch stava dormendo, la camera era in leggero disordine, e questo era strano. Il fatto che però avesse lasciato tutto spalancato, significava che lo aveva aspettato. Era naturale per uno dei due infilarsi nella stanza dell’altro passando dal balcone.
Scavalcò. Fece piano, ma Lelouch sentì lo stesso.
- Suzaku?
C’era un po’ di ansia nel suo richiamo, il che era strano, per Lelouch che era sempre controllato… Che forse aveva avuto così tanta paura per lui? Che scemo!
- Lulu…
Il ragazzino inglese mise i piedi a terra, rapidamente li infilò nelle pantofole e venne verso di lui, che era rimasto bloccato a metà stanza, come inchiodato da una forza invisibile. Tutta la sua forza sembrava sparire, davanti a Lelouch.
L’amico vide lo stato dei suoi vestiti e scosse il capo.
- Togliteli o prenderai un malanno.
Allungò le mani per aprirgli la camicia (stropicciata e abbottonata solo a metà), Suzaku gliele prese e lo strinse forte. Ci fu un piccolo lamento del tipo mi bagni tutto, ma nessun tentativo di sottrarsi.
- Te l’avevo detto che sarebbe andato tutto bene.
- Sì, lo conosco io il tuo ‘tutto bene’. Sei ferito?
- Solo qualche graffio.
- Bene.
Lelouch non avrebbe detto più di quello, e già era abbastanza. Suzaku trattenne una risata in un sorriso, vicino al suo capo: Lulu gli cinse la vita con le braccia. Restarono così, abbastanza a lungo perchè il battito dei loro cuori non si accordò in un unico ritmo.
- Adesso asciugati, non mi entri nel letto in quello stato.
Gli diede la schiena, allontanandosi. Perché Lelouch doveva essere sempre così dannatamente orgoglioso? Non poteva essere felice e basta? Suzaku si pulì la guancia col dorso della mano, andando in bagno, dove si tolse i vestiti, li appese su una sbarra di ottone dalle rifiniture in oro. Si passò un telo in testa, sfregando forte, si tamponò addosso. Aprì un armadietto e trovò una camicia da notte di lino chiara. Si guardò allo specchio: adesso era un giovane uomo, per la gente di sua madre.
Avrebbe potuto avere… una ragazza…
Non la voleva. Sapeva che avrebbe dovuto, che quello era normale… Aveva detto di no lo stesso. Non era perché era figlio di due genti, no. Non era quello il motivo, non solo, non proprio… Però era stato zitto, non aveva detto niente. Lelouch era già abbastanza ossessionato lì, dentro casa. Sapere che andava in giro a parlare di quello che facevano lo avrebbe fatto infuriare.
Suzaku non capiva perché doveva essere sbagliato, in qualche modo, però, lo era. Da bambini, era stato tutto più facile. Diventava ogni giorno più intenso, grande e incontrollabile, anche se era così semplice, così pulito.
Lelouch era la sua persona più importante.
Lelouch, seduto a gambe incrociate sul letto, si rigirava il pacchetto tra le dita, nervoso. Cosa stava facendo, tutto quel tempo? Che si fosse offeso? Si poteva essere così scemi? Prima lo faceva morire di preoccupazione, poi si presentava così, come se non fosse successo niente… Aveva quasi deciso di alzarsi e andare a recuperarlo nel bagno, chiedendo scusa per come gli aveva parlato, che Suzaku arrivò lì.
Non faceva quasi rumore, camminando.
Una nuvola doveva aver coperto la luna, non c’erano più luci nella stanza. Fruscìo di un corpo che scivola sul letto (di lui, che stava bene, che era salvo, che era tornato). Loro due vicini, accostati, una mano nel buio che si tendeva per abbracciarlo e si fermava sulle sue che tenevano il regalo.
- È per te.
Carta strappata. Lelouch si alzò, accese delle candele, senza perdere di vista Suzaku.
- Lulu…
Arrossirono entrambi. La luce tenue veniva riflessa dall’oro, stregata dall’argento, e il pendaglio oscillava tra le dita di Suzaku, imprigionate dalla catenina.
- Ti piace?
Suzaku annuì con vigore, la lingua attaccata al palato: non si sarebbe aspettato… ma con cosa…?
- Lelouch come lo hai preso?
- Segreto! Non si fanno certe domande, sciocco.
Gli prese la catenina dalle mani, la aprì, gli passò le braccia attorno al collo, chiudendola. Gli stava bene. Se le stelle erano contro di loro… Loro due sarebbero stati luce l’uno per l’altro, inseguendosi da una parte all’altra del cielo.
Lelouch sorrise, felice.
Suzaku non riusciva più a pensare, a parlare. Si lasciò abbracciare e trascinare giù, la testa sul cuscino. Strinse forte Lelouch. Erano così vicini e intrecciati che entrambi i loro cuori palpitavano sul ciondolo.
Erano entrambi a casa.
Rating: PG.
Tabella: Scritta per Cancro di Le Dodici Case, e visto che è stata ispirata all'Horitsuba è anche il prompt 090. Casa, dell'Horitsuba BDT.
Pairing: Suzaku e Lelouch, ovvio!
Disclaimers: I personaggi non mi appartengono, ahimè! Li hanno generati mamme CLAMP, e li hanno gestiti quelli della Sunrise (
Note: Molte cose non sono spiegate, anzi sono volutamente lasciate nel vago, soprattutto la locazione esatta e la parte riguardante Suzaku. Sulla prima, c'è da dire che siamo a inizio 1700, in America del Nord, ma non ho le conoscenze storiche sufficienti per localizzare esattamente (mi ci vorrebbe tanto troppo tempo, il che significa che potrebbero essere presenti vari altri strafalcioni storici - ovvero: se li notate ditemelo che magari sistemo, ma siamo qui per divertirci); sulla seconda, in breve, Suzaku ha una madre indiana, sposata ad un ricco proprietario inglese, quindi deve sottoporsi ai riti di iniziazione della gente della madre (anche se non lo dicono ai quattro venti in società, ovvio). Sul tipo esatto di relazione tra loro due, molto è alluso qui, altro verrà in altre fanfic che sicuramente scriverò (l'ossessione Code Geass non passerà facilmente, e l'anime è così angst tra loro due che non riuscirei a scriverne di ambientate lì dentro).
Essendo una AU ho mantenuto i nomi originali, anche se col contesto, specialmente "Suzaku", non ha nulla a che fare!
Bene, se avete altre curiosità chiedete, se posso vi rispondo!
Thanks to:
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- Anche se dovessi andare contro il cielo, o risalire la corrente del fiume… Non rinuncerò al mio sogno…
Era notte fonda, l’aria era piena dei rumori del vento e delle foglie. Nella stanzetta di una grande casa palladiana, un bambino dalla pelle chiara e i capelli scuri, tagliati poco sotto le orecchie, dormiva, il capo di sbieco sul secondo cuscino che aveva adagiato dietro le spalle, le mani poggiate su un libro aperto, sul ventre. Era inglese, con un nome francese: Lelouch.
Il suo respiro era lento e regolare. Aveva faticato ad addormentarsi, le lenzuola erano scomposte. Varie volte si era affacciato alla finestra, che aveva lasciato spalancata, scrutando il viale tra gli alberi, sperando di vedere qualcuno arrivare. Nelle ombre, nulla. Preoccupato e spazientito, si era staccato dal davanzale camminando su e giù per la stanza, passando sui morbidi tappeti, prima di rimettersi a letto e abbracciare un cuscino. Il tempo non passava mai.
Se fosse uscito dalla camera avrebbe finito per far scricchiolare qualche trave del pavimento. Così aveva preso dalla scrivania un libro, che consultava da giorni, di cui sapeva a memoria quasi le frasi, ma che aveva bisogno di sentire tra le mani, rileggere: come se la memoria fosse troppo fragile, come se in un istante potesse cambiare tutto.
Quella notte era diversa da tutte le altre, eppure era così simile a quelle di tanti anni prima, cosicché gli pareva che non fosse successo niente, tra l’Inghilterra e lì, quando invece in mezzo c’erano anni in cui le ferite erano guarite. Ora, tornavano a fare male come se non ci fosse una cicatrice, ma il sangue. Il suo, stavolta. Non quello di sua madre che moriva davanti ai suoi occhi.
Si era addormentato, stremato da tutti quei pensieri. Chiudendo le palpebre gli si erano bagnati gli angoli degli occhi: credeva in Suzaku, in quell’amico che era anche fratello e la cosa più preziosa al mondo per lui, sapeva che ce l’avrebbe fatta e sarebbe tornato presto a casa. Capiva perché per lui era importante sottoporsi ai riti della gente di sua madre, di quei nativi del Nuovo Mondo così selvaggi. Però non aveva mai pensato di poter perdere Suzaku, e questo lo atterriva.
Loro due sarebbero cresciuti insieme, andati in Inghilterra, dove avrebbero raffinato la loro istruzione a Eton; sarebbero tornati nel Nuovo Mondo, che era la loro casa, e avrebbero costruito il loro mondo. Niente doveva impedire questo, era il loro destino. Anche se le stelle della loro data di nascita dicevano che le loro vie non potevano unirsi: sagittario e cancro.
Lo erano già, uniti.
Ecco perché consultava di nuovo e ancora per libro, che doveva essere sbagliato. Che ne sapevano le stelle, di loro due? E poi perché deve esserci un destino? Se c’era, aveva ucciso sua madre per mettere alla prova lui, cacciato dalla casa di suo padre e dall’Inghilterra stessa. Ma questo potevano farlo anche gli uomini.
Le cose potevano cambiare perché loro lo volevano.
Sul letto troppo grande per un dodicenne, c’era un piccolo pacchetto, un regalo. Aveva dato via l’unica cosa che possedeva in proprio, il sottile braccialetto d’oro (inizialmente di una sorellina morta precocemente, poi regalato a lui dalla madre), per poterlo acquistare: un ciondolo con una falce di luna d’argento che abbracciava parte del disco d’oro del sole. Lo aveva visto in una vetrina, e si era deciso a regalarlo a Suzaku, quando avrebbe affrontato la prova d’estate.
Era una notte di luna piena, sembrava un’alba d’argento. Solo il sole nascente l’avrebbe eclissata, dapprima rendendola chiara, come purificata dal chiarore del giorno, poi portandola via, geloso.
Era una notte di luna piena, e le foglie erano rese azzurre dalla luce irreale.
Correva a piedi nudi sull’erba. Il giardino della villa era ben tenuto, non c’erano sassi: solo terra morbida. Si sentiva le ali dietro la schiena. Era come un picchio, come il segno delle sue stelle. Sorrise, stremato dalla stanchezza, però l’eccitazione era ancora troppo forte, e la lunga corsa per tornare a casa forse troppo lunga, troppo forsennata.
Arrivato, davanti a lui si stagliavano, immersi in un’ombra umida, i portici, le finestre spente, il profumo dei fiori sul davanzale, con i loro colonnati ionici di ordine gigante, i pronai conclusi dal timpano triangolare o le quiete verande, la cui pace è appena disturbata dallo scricchiolio delle sedie a dondolo, mosse dal vento leggero. Era ancora bagnato, addosso: si era tuffato nel fiume per togliersi di dosso lo sporco e la terra, e adesso sentiva ogni odore.
Approfittò di un panno davanti l’ingresso, pulendosi i piedi. Di lì si arrampicò su una colonna, si aggrappò al capitello, arrivò al piano di sopra tenendo l’aria chiusa nei polmoni, attento a non scivolare. Si era infilato rapidamente i pantaloni e una camicia, che aveva tenuto pronti per il ritorno, ma non aveva scarpe. Quando mise i piedi sul balcone, sospirò, sentendo un po’ di stanchezza. Passò la finestra della propria stanza, diretto verso quella di Lelouch.
Era aperta. Le tende anche. Lelouch stava dormendo, la camera era in leggero disordine, e questo era strano. Il fatto che però avesse lasciato tutto spalancato, significava che lo aveva aspettato. Era naturale per uno dei due infilarsi nella stanza dell’altro passando dal balcone.
Scavalcò. Fece piano, ma Lelouch sentì lo stesso.
- Suzaku?
C’era un po’ di ansia nel suo richiamo, il che era strano, per Lelouch che era sempre controllato… Che forse aveva avuto così tanta paura per lui? Che scemo!
- Lulu…
Il ragazzino inglese mise i piedi a terra, rapidamente li infilò nelle pantofole e venne verso di lui, che era rimasto bloccato a metà stanza, come inchiodato da una forza invisibile. Tutta la sua forza sembrava sparire, davanti a Lelouch.
L’amico vide lo stato dei suoi vestiti e scosse il capo.
- Togliteli o prenderai un malanno.
Allungò le mani per aprirgli la camicia (stropicciata e abbottonata solo a metà), Suzaku gliele prese e lo strinse forte. Ci fu un piccolo lamento del tipo mi bagni tutto, ma nessun tentativo di sottrarsi.
- Te l’avevo detto che sarebbe andato tutto bene.
- Sì, lo conosco io il tuo ‘tutto bene’. Sei ferito?
- Solo qualche graffio.
- Bene.
Lelouch non avrebbe detto più di quello, e già era abbastanza. Suzaku trattenne una risata in un sorriso, vicino al suo capo: Lulu gli cinse la vita con le braccia. Restarono così, abbastanza a lungo perchè il battito dei loro cuori non si accordò in un unico ritmo.
- Adesso asciugati, non mi entri nel letto in quello stato.
Gli diede la schiena, allontanandosi. Perché Lelouch doveva essere sempre così dannatamente orgoglioso? Non poteva essere felice e basta? Suzaku si pulì la guancia col dorso della mano, andando in bagno, dove si tolse i vestiti, li appese su una sbarra di ottone dalle rifiniture in oro. Si passò un telo in testa, sfregando forte, si tamponò addosso. Aprì un armadietto e trovò una camicia da notte di lino chiara. Si guardò allo specchio: adesso era un giovane uomo, per la gente di sua madre.
Avrebbe potuto avere… una ragazza…
Non la voleva. Sapeva che avrebbe dovuto, che quello era normale… Aveva detto di no lo stesso. Non era perché era figlio di due genti, no. Non era quello il motivo, non solo, non proprio… Però era stato zitto, non aveva detto niente. Lelouch era già abbastanza ossessionato lì, dentro casa. Sapere che andava in giro a parlare di quello che facevano lo avrebbe fatto infuriare.
Suzaku non capiva perché doveva essere sbagliato, in qualche modo, però, lo era. Da bambini, era stato tutto più facile. Diventava ogni giorno più intenso, grande e incontrollabile, anche se era così semplice, così pulito.
Lelouch era la sua persona più importante.
Lelouch, seduto a gambe incrociate sul letto, si rigirava il pacchetto tra le dita, nervoso. Cosa stava facendo, tutto quel tempo? Che si fosse offeso? Si poteva essere così scemi? Prima lo faceva morire di preoccupazione, poi si presentava così, come se non fosse successo niente… Aveva quasi deciso di alzarsi e andare a recuperarlo nel bagno, chiedendo scusa per come gli aveva parlato, che Suzaku arrivò lì.
Non faceva quasi rumore, camminando.
Una nuvola doveva aver coperto la luna, non c’erano più luci nella stanza. Fruscìo di un corpo che scivola sul letto (di lui, che stava bene, che era salvo, che era tornato). Loro due vicini, accostati, una mano nel buio che si tendeva per abbracciarlo e si fermava sulle sue che tenevano il regalo.
- È per te.
Carta strappata. Lelouch si alzò, accese delle candele, senza perdere di vista Suzaku.
- Lulu…
Arrossirono entrambi. La luce tenue veniva riflessa dall’oro, stregata dall’argento, e il pendaglio oscillava tra le dita di Suzaku, imprigionate dalla catenina.
- Ti piace?
Suzaku annuì con vigore, la lingua attaccata al palato: non si sarebbe aspettato… ma con cosa…?
- Lelouch come lo hai preso?
- Segreto! Non si fanno certe domande, sciocco.
Gli prese la catenina dalle mani, la aprì, gli passò le braccia attorno al collo, chiudendola. Gli stava bene. Se le stelle erano contro di loro… Loro due sarebbero stati luce l’uno per l’altro, inseguendosi da una parte all’altra del cielo.
Lelouch sorrise, felice.
Suzaku non riusciva più a pensare, a parlare. Si lasciò abbracciare e trascinare giù, la testa sul cuscino. Strinse forte Lelouch. Erano così vicini e intrecciati che entrambi i loro cuori palpitavano sul ciondolo.
Erano entrambi a casa.

